"Women State Trafficking" : un rapporto mette in luce il ruolo delle autorità tunisine nel traffico di donne migranti

Un rapporto redatto dal gruppo Researchers X, con il sostegno di diverse organizzazioni tra cui l’ASGI (membro di Migreurop) e Border Forensics, guidata da Charles Heller (membro individuale della rete), nonché The Routes Journal, On/borders e MeltingPot, mette in luce l’esistenza di una rete dedita alla tratta e alla tortura che prende di mira le donne migranti subsahariane tra la Tunisia e la Libia.

Il rapporto è stato pubblicato sul sito web statetrafficking.net. Sarà presentato al Parlamento europeo mercoledì 22 aprile, dalle 18:00 alle 20:00 (Sala Spak 7C50).

Visualizza e scarica qui il rapporto“Women State Trafficking” in italiano.

Alcuni estratti delle testimonianze audio sono disponibili anche sul sito web Border Forensics.

Si veda anche il precedente rapporto “State Trafficking” (giugno 2023–novembre 2024) in italiano.

Contesto

Dal 2023, grazie a ingenti finanziamenti europei, la Tunisia ha istituito un sistema di intercettazioni in mare, arresti e rimpatri di massa verso la Libia che colpisce migliaia di rifugiati provenienti dall’Africa subsahariana, tra cui molte donne, famiglie, minori e bambini.

Questo secondo rapporto fa seguito al primo rapporto “State Trafficking”, pubblicato nel gennaio 2025. Attraverso le testimonianze delle vittime, ha ricostruito le cinque fasi di una catena logistica che si è integrata e perfezionata, in particolare a seguito degli accordi tra l’UE e la Tunisia. Questa catena è strutturata come segue:

  • 1) arresti arbitrari in varie località della Tunisia
  • 2) trasporto verso il confine tunisino-libico
  • 3) detenzione in campi al confine tunisino
  • 4) trasferimento e vendita a gruppi armati libici, affiliati o meno allo Stato
  • 5) detenzione nelle prigioni libiche fino al pagamento del riscatto.

Una parte significativa delle infrastrutture utilizzate per il traffico di Stato beneficia indirettamente dei fondi messi a disposizione dall’Unione Europea e dall’Italia per intercettare le partenze, come documentato dall’ASGI nel suo contributo a “State Trafficking”.

Tra giugno 2023 e aprile 2025, «le forze del Ministero dell’Interno libico e della Guardia di frontiera libica hanno intercettato 12.750 migranti e rifugiati al confine con la Tunisia» (dati tratti dal rapporto congiunto di UNSMIL e OHCHR, cfr. pag. 11). Si ritiene che tra giugno 2023 e dicembre 2025 circa 7.400 persone siano state vittime di tratta sponsorizzata dallo Stato in questa zona (questa stima prudente si riferisce esclusivamente alle 59 operazioni di espulsione collettiva dalla Tunisia verso la Libia che gli autori del rapporto hanno documentato sulla base delle testimonianze raccolte).

Questo secondo rapporto “State Trafficking” si concentra sulla violenza di genere subita dalle donne migranti e rifugiate in Tunisia e Libia durante le operazioni di espulsione, tratta e detenzione, dal dicembre 2024 al febbraio 2026. “Women State Trafficking” si basa su 33 nuove interviste alle vittime condotte a partire dal dicembre 2024.

Il rapporto mira ad affrontare le seguenti domande di ricerca:

  • Le operazioni di traffico di migranti condotte dall’apparato statale tunisino in collusione con le autorità libiche e i gruppi armati, documentate nel precedente rapporto “State Trafficking” per il periodo compreso tra giugno 2023 e novembre 2024, sono ancora in corso?
  • Quali sono le forme specifiche di violenza contro le donne, le famiglie e i minori durante le operazioni di espulsione e traffico condotte al confine tra Tunisia e Libia?
  • Esiste un legame tra le espulsioni delle donne migranti dalla Tunisia e la rete di detenzione e sfruttamento sessuale in Libia?

Risultati del rapporto

Le interviste alle vittime (principalmente donne rilasciate dalle carceri libiche) mettono in luce una nuova dimensione della tratta di esseri umani: da un lato, la violenza strutturale di genere — causata dalla mancanza di assistenza medica, dai trattamenti disumanizzanti, dalle perquisizioni intime e dagli stupri — perpetrata da agenti statali (su entrambi i lati del confine tunisino-libico); d’altro canto, il legame tra le prigioni libiche, la prostituzione forzata e la schiavitù attraverso il lavoro.

Chart of the chain of detention and trafficking, p. 50

1. Disumanizzazione

Le testimonianze raccolte descrivono una serie di pratiche di arresto violente in Tunisia rivolte ai migranti provenienti dall’Africa subsahariana, che minano gravemente la dignità e l’integrità delle persone coinvolte. Tali pratiche comprendono umiliazioni pubbliche, minacce, privazione dei beni di prima necessità, rituali degradanti, negazione delle cure mediche, nonché la privazione dell’identità giuridica e la disumanizzazione sistematica dell’individuo.

Durante il trasporto verso il confine, le persone vengono immobilizzate con fascette di plastica alle mani e talvolta ai piedi, costrette a tenere la testa bassa sotto minaccia. Vengono private di acqua e cibo e impedite di soddisfare i propri bisogni fisiologici. Trasportati in camion destinati al bestiame, i detenuti vengono stipati in spazi angusti e privi di finestrini, costretti a viaggiare in piedi e impossibilitati a muoversi. Vengono poi rinchiusi al confine libico in spazi descritti come “gabbie” o recinti metallici, talvolta paragonati a gabbie per cani (p. 24).

Il lavoro di geolocalizzazione condotto da Border Forensics mette in luce la persistenza della tratta di esseri umani al confine da parte della polizia e delle forze armate tunisine, nonché il legame tra le infrastrutture di respingimento e l’industria dei rapimenti nelle prigioni libiche. In particolare, il rapporto identifica la caserma della Guardia Nazionale tunisina a El Meguissem in Tunisia e una complessa rete di centri di detenzione in Libia, tra cui Al Assah, Bir Al-Ghanam e Characharah (Tripoli), come i principali centri nevralgici della tratta sponsorizzata dallo Stato, attraverso i quali sono passati testimoni della “Tratta di Stato” e della “Tratta di donne da parte dello Stato” (vedi pag. 15).

Durante alcune operazioni di espulsione lungo la strada che collega Medenine al valico di frontiera di Dehiba/Wazzin, hangar militari non identificati vengono utilizzati come luoghi di tortura, umiliazione e disumanizzazione. Durante la consegna, i detenuti sono spesso sottoposti a ulteriori perquisizioni, spogliati nudi e umiliati pubblicamente. La procedura è concepita come una transazione che trasferisce il controllo e la custodia dei corpi dalle autorità tunisine a quelle libiche (p. 25).

Tra gli atti di violenza denunciati dai testimoni figurano numerosi casi di aborti spontanei causati dalle condizioni disumane subite durante la cattura e la detenzione. I minori e i neonati sono spesso detenuti in condizioni che comportano un grave rischio per la salute. La negazione delle cure ostetriche e pediatriche sembra essere una delle forme più brutali di violenza di genere e generazionale, volta a trasformare il legame madre-figlio in un potente strumento di pressione psicologica. La gravidanza rappresenta un’altra soglia critica, in cui la vulnerabilità fisiologica si intreccia con la violenza del regime carcerario (p. 26)

La violenza è utilizzata anche come mezzo per reprimere le rivolte: un testimone racconta che la GNT ha sparato ai piedi delle persone e ha commesso omicidi durante i tentativi di fuga al confine al posto di blocco di Dehiba, durante la vendita (p. 30).

2. Stupri

La violenza fisica e sessuale, perpetrata da agenti in divisa, è sistematica in ogni fase del percorso: dalla cattura in Tunisia al rilascio dalla rete di carceri — ufficiali o meno — in Libia. Inoltre, tutte le forme di violenza continuano nei luoghi di sfruttamento sessuale, dopo la detenzione (p. 29). Durante la fase libica della tratta di Stato, lo stupro da parte delle guardie diventa un’esperienza ricorrente per tutte le testimoni: le aggressioni sessuali avvengono quotidianamente sia all’interno dei centri di detenzione che all’esterno, e anche negli edifici abbandonati vicino alle prigioni, dove le donne vengono portate con la forza o con l’inganno. Lo stupro e la violenza di genere devono essere considerati sotto ogni aspetto come forme di tortura (p. 30).

La violenza contro le donne è spesso deliberatamente esercitata in spazi aperti, alla presenza di altri detenuti. Mariti, padri e figli sono costretti ad assistere a queste scene e, in quanto “spettatori”, diventano essi stessi bersagli di violenza indiretta e psicologica, il che moltiplica l’effetto traumatico. (p. 31).

3. Prostituzione forzata

Le donne vengono acquistate in blocco al confine tunisino e rivendute singolarmente in Libia. Il prezzo al quale vengono vendute, in ogni fase del processo di tratta, è sempre superiore a quello degli uomini, a conferma dell’esistenza di un mercato della prostituzione forzata in Libia (p. 37).

Le donne acquistate non vengono liberate, ma trasferite forzatamente in centri di detenzione per il lavoro forzato o in bordelli gestiti da cittadini libici o nigeriani. Nella maggior parte dei casi, le donne non conoscono il prezzo al quale sono state vendute, che può essere espresso in termini di numero di mesi di lavoro necessari per ripagare il “debito”. Le condizioni di sfruttamento sessuale sono caratterizzate dalla privazione della libertà, dalla sorveglianza costante, dall’obbligo di fornire prestazioni sessuali (con la presenza quotidiana di clienti), dal pagamento diretto da parte dei clienti ai gestori, dall’assenza di remunerazione per le vittime e dall’uso sistematico di minacce e violenza per costringerle al lavoro sessuale (p. 37).

Conclusioni

La nuova raccolta di testimonianze, proveniente in gran parte da donne e minori sopravvissuti alla detenzione in Libia, ha permesso di ricostruire con maggiore precisione il ruolo della violenza sessuale all’interno del sistema complessivo della tratta. Le testimonianze indicano che gli abusi sessuali e gli stupri si verificano ripetutamente durante le operazioni di arresto e di espulsione in Tunisia, così come durante la detenzione nelle prigioni libiche. Queste pratiche non sono incidenti isolati, ma piuttosto meccanismi sistematici di controllo, subordinazione dei corpi e estrazione di valore da essi.

Come il primo, questo secondo rapporto di RR[X] contribuisce a documentare eventi e situazioni che le scienze sociali e il diritto internazionale classificano sotto il termine “crimini di Stato”. “Women State Trafficking” mira quindi a riaccendere il dibattito sulla responsabilità dell’Unione Europea e dei suoi vari Stati membri nell’esporre le persone in transito alla morte e alla schiavitù, nonché sullo status di “paese terzo sicuro” e “paese di origine sicuro” attribuito alla Tunisia, e sul suo ruolo, insieme alla Libia, come partner e beneficiario economico nella gestione della frontiera esterna dell’UE.

Sulla base delle testimonianze raccolte e verificate, e con l’assistenza dell’ASGI, il rapporto ha inoltre consentito a diversi testimoni e vittime della tratta di Stato di presentare una denuncia contro la Tunisia dinanzi alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. Tali procedimenti si basano sulle testimonianze dirette delle vittime (RS - int. 35 e SLM - int. 36) e mirano a mettere in luce la responsabilità dello Stato tunisino per le pratiche sistematiche di detenzione arbitraria, violenza, espulsione collettiva e vendita di esseri umani a reti di sfruttamento libiche, messe in atto dal proprio apparato di sicurezza.

Tra le principali raccomandazioni del rapporto, si evidenziano le seguenti:

  • L’immediata sospensione di ogni nuovo finanziamento destinato alle politiche di frontiera per la Tunisia e la Libia, nonché di ogni forma di cooperazione operativa con le autorità coinvolte nelle pratiche documentate, fino a quando non saranno accertate le responsabilità ;
  • La rimozione della Tunisia dagli elenchi dei paesi di origine sicuri e dei paesi terzi sicuri stabiliti dalla Commissione europea e dagli Stati membri, e la garanzia che né la Tunisia né la Libia saranno considerate “luoghi sicuri” ai fini dello sbarco dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo.