Gli Stati del Maghreb e dell’Unione europea colpevoli di violazioni sistematiche del diritto internazionale e di crimini contro l’umanità

Sentenza della 56ª edizione del Tribunale Permanente dei Popoli

Martedì 31 marzo 2026, a Rabat, la giuria della 56ª sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) ha emesso il suo giudizio definitivo, riconoscendo gli Stati del Maghreb (Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania), l’Unione europea e diversi dei suoi Stati membri colpevoli di violazioni sistematiche e sistemiche delle norme imperative del diritto internazionale e di crimini contro l’umanità.

Puoi trovare qui lo streaming dell’annuncio della sentenza e della conferenza stampa.

Questa 56ª sessione ha riguardato "la violazione dei diritti umani delle persone migranti da parte degli Stati del Maghreb, l’Unione europea e diversi dei suoi Stati membri", a seguito di una richiesta presentata da 54 organizzazioni rappresentate dal Forum Sociale del Maghreb, dal Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES) e dal Forum delle Alternative Marocchine (FMAS). Fa seguito al lavoro svolto nel contesto della 45ª sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (2017-2020), che ha trattato le violazioni dei diritti delle persone migranti in Europa.

Durante le udienze pubbliche, tenutesi a Palermo nell’ambito del festival Sabir del 23, 24 e 25 ottobre 2025, avvocati, esperti, testimoni e vittime si sono succeduti per presentare elementi di prova esaminati dal Tribunale (puoi trovare qui le registrazioni dei tre giorni di udienza di ottobre 2025). La sentenza pronunciata martedì 31 marzo rappresenta un passo simbolico che consente il riconoscimento, da parte di un tribunale popolare, dei crimini commessi contro le persone migranti.

Il Tribunale invita a che queste violazioni estremamente gravi dei diritti fondamentali siano esaminate dalle autorità giudiziarie nazionali e internazionali, sottolineando che il diritto internazionale e le legislazioni nazionali costituiscono un insieme solido di testi a tutela dei diritti dei migranti. Il problema é che "i diritti riconosciuti in teoria vengono violati quotidianamente nella pratica". Non è quindi tanto necessario elaborare nuove costruzioni giuridiche, quanto piuttosto contribuire all’effettiva applicazione delle norme giuridiche esistenti, costantemente violate per motivi politici.

Puoi consultare qui la sentenza completa (36 p., in francese)

Conférence de presse, Rabat, mardi 31 mars 2026.

Sintesi della sentenza

1. Presentazione dell’atto d’accusa

La prima parte della sentenza presenta l’atto d’accusa, redatto da una coalizione di organizzazioni della società civile, nella quale sono stati coinvolti i membri di Migreurop. Esso afferma che "i fatti esposti non derivano né da incidenti né da negligenza, ma da una volontà politica consapevole, condivisa e sistemica di trasformare le persone migranti in obiettivi di una repressione transnazionale, nel più assoluto disprezzo del diritto internazionale. Gli Stati del Maghreb, diversi Stati membri dell’Unione europea, nonché l’Unione europea stessa, hanno attuato (direttamente o tramite delega) politiche migratorie basate su respingimenti, abbandono, detenzione arbitraria, discriminazione, criminalizzazione ed esternalizzazione. Queste pratiche hanno portato a gravi, persistenti e diffuse violazioni di norme giuridiche imperative, in particolare del diritto alla vita, del principio di non-refoulement, del divieto di tortura, del diritto a un ricorso effettivo e dell’uguaglianza davanti alla legge."

L’atto d’accusa chiedeva al Tribunale Permanente dei Popoli di pronunciarsi "affinché la Libia e l’Unione europea fossero formalmente condannate per crimini contro l’umanità [e] che gli Stati del Maghreb fossero condannati per gravi e ricorrenti violazioni dei diritti umani, tra i quali: atti di tortura, trattamenti crudeli, inumani o degradanti, privazioni arbitrarie della libertà, espulsioni collettive, violazioni di domicilio, lesioni ai diritti economici, sociali, culturali e ambientali, nonché violazioni dei diritti dei minori, in contraddizione con i loro pinternazionali".

2. Contestualizzazione storica delle politiche razziste nel Maghreb

La seconda parte della sentenza ripercorre le origini storiche del razzismo nel Maghreb, collocando queste violazioni all’interno di una lunga storia di persecuzioni e discriminazioni nei confronti delle popolazioni nere di origine subsahariana. La schiavitù e il commercio di schiavi praticati dalle popolazioni arabe e berbere hanno strutturato le società nordafricane confinando le popolazioni nere in posizioni subordinate. Il Tribunale sottolinea che “le violazioni dei diritti dei migranti sono ideologicamente sostenute dalla dimensione sistemica del razzismo che attraversa tutte le società nordafricane, ma anche dai discorsi delle autorità, il più emblematico dei quali è quello del presidente tunisino Kaïs Saïed nel 2023.”

3. I fatti

La terza parte presenta i fatti emersi durante le udienze, durante le quali è stato presentato un consistente insieme di testimonianze dirette, accompagnate da materiali audiovisivi, documenti ufficiali e perizie indipendenti. Queste prove attestano atti di detenzione arbitraria, torture, trattamenti inumani e mancata assistenza, in particolare per quanto riguarda i centri di detenzione e le pratiche di tortura in Libia; il continuum di violenza che si estende dalla detenzione in Libia alla criminalizzazione in Europa; la mancata assistenza in mare e gli attacchi contro le operazioni di soccorso; e infine i respingimenti, abbandoni nel deserto e violenze razziali in Tunisia. Le prove presentate stabiliscono che le violenze perpetrate contro le persone migranti sono accompagnate da una repressione specifica e organizzata rivolta a chi presta loro assistenza, mediante la criminalizzazione della società civile in Tunisia e Algeria, nonché a livello transnazionale. Il Tribunale rileva inoltre casi di esternalizzazione delle politiche migratorie europee negli Stati del Nord Africa, così come respingimenti collettivi mortali (come illustrato dal caso di Melilla). Infine, evidenzia in Libia l’esistenza di un sistema di respingimenti (pull-backs), detenzione, tratta ed sfruttamento, in cui si concentrano torture, detenzioni arbitrarie, schiavitù moderna e stupri, perpetrati da milizie e resi possibili e sostenuti da accordi di cooperazione in materia di sicurezza e migrazione.

4. Analisi giuridica

La quarta e ultima parte presenta un’analisi giuridica di questi fatti alla luce del diritto internazionale. Esamina in primo luogo le violazioni imputabili agli Stati, in quanto soggetti legalmente responsabili del rispetto del diritto internazionale. Gli Stati coinvolti sono Tunisia, Libia, Algeria, Marocco, Mauritania, Germania, Italia, Francia, Grecia, Spagna e Malta, nonché l’Unione europea. Basandosi su un ampio insieme di convenzioni e Patti internazionali, il TPP qualifica le violazioni commesse nei confronti dei migranti neri provenienti dagli Stati dell’Africa subsahariana come gravi crimini contro le norme imperative del diritto internazionale: mancata assistenza e naufragi intenzionali; detenzione arbitraria, torture e trattamenti inumani o degradanti; violazioni sistematiche del principio di non-refoulement; discriminazioni razziali ed etniche e criminalizzazione razzista della migrazione; criminalizzazione della solidarietà verso i migranti; esternalizzazione delle frontiere e delega illecita di funzioni sovrane; e violazioni dei diritti dei bambini migranti.

Il Tribunale considera inoltre la possibile qualificazione come crimini contro l’Umanità, ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto della Corte Penale Internazionale (CPI), implicando così la responsabilità penale individuale degli autori. Sebbene il Tribunale non abbia raccolto prove sufficienti per stabilire la responsabilità individuale di soggetti specifici, i testimoni ascoltati hanno fornito prove inequivocabili che i crimini commessi derivano da scelte specifiche effettuate da individui, i quali dovrebbero essere ritenuti penalmente responsabili delle loro azioni. Per quanto riguarda la Libia, la giustizia penale internazionale ha già avviato indagini ed emesso diversi mandati di arresto contro i capi delle milizie libiche responsabili dei crimini più atroci. Alla luce delle prove emerse durante le udienze, il Tribunale ritiene che vi siano fondati motivi per sospettare la commissione di tali crimini anche negli altri paesi del Maghreb. I paesi europei hanno consapevolmente finanziato gli autori dei crimini: ciò costituisce quindi complicità, o addirittura aiuto e incoraggiamento a crimini contro l’Umanità. Questa responsabilità indiretta non esclude la responsabilità individuale dei leader europei per complicità nei crimini contro l’Umanità commessi a danno dei migranti.

Conclusione

Il Tribunale conclude che le obbligazioni degli Stati e delle loro istituzioni, chiaramente enunciate dai giudici, costituiscono una priorità assoluta che deve tradursi in misure operative volte a prevenire che crimini così gravi siano seguiti da silenzio, impunità e dalla reiterazione di comportamenti criminali.

Nella logica di fondo del TPP, giudicare la gravità dei crimini commessi significa soprattutto "dare voce e rendere visibile il diritto alla vita e alla dignità dei popoli che, attraverso i loro rappresentanti, sono stati i veri protagonisti e giudici di questo processo.”

Questa sentenza e l’atto d’accusa devono quindi essere intesi come un primo passo e come uno strumento per stimolare iniziative che coinvolgano ampiamente l’opinione pubblica e che superino le barriere di silenzio, odio e marginalizzazione che circondano la migrazione, creando un vuoto giuridico e un’atmosfera di rifiuto.